PAiRS – PERFORMING ARTS IN RESIDENCE

postato in: Archivio progetti | 0

“Le città industriali sono sempre meno vivibili, la comunità civica al loro interno si è dissolta, stanno riemergendo nella psiche e nell’esperienza delle aggregazioni spontanee, la nostalgia del villaggio.
Il momento che viviamo ci obbliga sempre più a cercare il senso dell’esistenza in due orizzonti, quello del villaggio e quello del pianeta.
L’umanità di domani dovremo immaginarla non come una megalopoli tecnocratica, ma come un’oceanica federazione di villaggi, di comunità umane, dotate ognuna di una propria memoria e cultura e tutte collegate al senso di una medesima responsabilità.
Il linguaggio dell’uomo nuovo è quello della poesia e della profezia, quello che denuncia l’inaccettabilità della città presente e descrive la città futura nella quale si sarà avverata la coincidenza tra il possibile e il reale.
Solo la poesia ci svela il mondo come dovrebbe essere, è una voce dell’utopia.
Ci sono nelle città, nei villaggi spazi riservati ai poeti che ci guidino lungo i sentieri delle memorie fiabesche, dei sogni proibiti?”.

Ernesto Balducci, La terra del tramonto

Le residenze artistiche: una cosa nuovissima ma anche antica come il teatro. Se nella tradizione italiana il concetto di Teatro Stabile è figlio del dopoguerra, le residenze artistiche sono figlie delle pratiche degli anni ’70: la diffusione di compagnie in piccoli villaggi, come nei quartieri periferici delle grandi città, alla ricerca di un’indipendenza, di una possibilità negata dall’estabilishment, di un nuovo rapporto di senso con il proprio spettatore. Un fenomeno favorito, in regioni come la Toscana, dalla pratica del decentramento istituzionale e amministrativo.

La parola Residenza artistica mette in gioco i termini artista, casa e comunità. Se la vita professionale dei teatranti è fatta perlopiù di movimento, qui l’accento è messo sulla sosta, sulla dimora. Il momento e i metodi della relazione non effimera. Quando una compagnia teatrale o un artista sostano, cosa possono fare? Non solo creare un’opera, ma trovare i modi di entrare in relazione con la comunità non solo attraverso la visione ma anche processi educativi, progetti condivisi, nuovi modi di percepire il paesaggio e la realtà. Ogni villaggio teatrale ha la sua cultura e il suo modo di entrare in relazione. In alcune zone sono addirittura i soli capisaldi culturali esistenti. Come se gli artisti supplissero in molte zone ad una mancanza di sviluppo culturale. Del resto il fare teatrale porta con sé contatto, relazione di corpi, attivazione di interessi non solo teatrali in senso stretto ma anche letterari, cinematografici, storici. Pensiamo alla mole di lavoro su materiali eterogenei che sottostà alla ideazione e alla lavorazione di uno spettacolo.

Subito dopo la fondazione di I.T.I. Italia è partita, per volontà mia, di Andrea Paciotto di La MaMa Umbria International e di Katharina Husemann e Peter Legemann di Schloss Bröllin, l’idea di fare un progetto centrato sulle residenze artistiche europee, per permettere uno scambio di esperienze e di filosofie di lavoro. Abbiamo quindi coinvolto altri cinque partners: Mini Teater di Lubiana, Théâtre & Publics di Liegi, Akt-Zent di Berlino, Rectus Centrum di Nicosia, Per-Theater-Formance di Atene. Il progetto, che abbiamo chiamato PAiR – Performing Arts in Residence, ha avuto il sostegno del programma UE Grundtvig Learning Partnership, e prevede due anni di incontri e di mobilità tra gli otto partners.

Tra il 2012 e il 2014 si sono quindi succeduti vari meeting, in cui il partner organizzatore invitava gli atri in un momento significativo della propria attività artistica, cercando sempre momenti di condivisione di pratiche, opere, pensieri e risultati.